OPERAZIONE IRON MAN - SEQUESTRO DI BENI A COSA NOSTRA PER 8 MILIONI DI EURO
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OPERAZIONE “IRON MAN” DEI CARABINIERI. SEQUESTRO DI BENI A “COSA NOSTRA” PER 8 MILIONI DI EURO.
DITTE MAFIOSE IMPIEGATE ANCHE PER DISSIMULARE LE ESTORSIONI. A PALERMO PER IL “PIZZO” EMESSE ANCHE FATTURE.
Il provvedimento patrimoniale segue l’operazione antimafia “Iron Man” che il 5 agosto 2010, con l’esecuzione di 8 provvedimenti cautelari, ha decapitato il vertice delle famiglie mafiose di Ficarazzi, appendice del mandamento mafioso di Bagheria, nel quadro di “cosa nostra” siciliana.
Le misure sono state emesse dal Tribunale di Palermo su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo siciliano (Procuratore Aggiunto DE FRANCISCI, Sostituti Procuratori DI MATTEO, VIOLA e MAZZOCCO), contestando l’associazione per delinquere di tipo mafioso, oltre ai reati di estorsione, danneggiamento e traffico di stupefacenti.
L’operazione è il frutto di una prolungata attività d’indagine avviata dalla Compagnia Carabinieri di Bagheria sul territorio di Ficarazzi, a partire dalla recrudescenza degli attentati incendiari a danno di imprenditori locali, le cui identiche modalità (copertoni di ruota imbevuti di benzina e lasciati agli ingressi o all’interno delle ditte) segnalavano l’esistenza di una medesima e pericolosa strategia di matrice mafiosa, con finalità intimidatorie ed estorsive.
Emergeva, pertanto, la posizione di vertice del 54enne Giovanni TRAPANI, ritenuto il “reggente” di Ficarazzi, in virtù del controllo esercitato su quel territorio e della gestione diretta del racket delle estorsioni.
Nel contempo, si documentava lo scontro con l’aspirante boss 34enne Atanasio ALCAMO, che aveva lanciato l’offensiva su quel territorio per assumerne il controllo, contando sulle braccia violente di altri picciotti desiderosi di fare il salto di qualità, passando dagli stupefacenti al racket.
Gli arresti del 5 agosto interrompevano lo scontro e la scia delle intimidazioni che in un caso avevano condotto anche al violento pestaggio di un imprenditore, riottoso all’imposizione del racket perché - come intercettato dai Carabinieri in una conversazione tra picciotti – “chi non paga … scippa legnate”!
Gli investimenti dell’organizzazione criminale si sono incentrati nel settore dell’edilizia, attraverso la raccolta del pizzo, ma anche con l’imposizione di imprese mafiose nello svolgimento di lavori, a prezzi peraltro maggiorati.
In tale quadro, si inseriscono i sequestri operati oggi dai Carabinieri, che interessano anzitutto due aziende:
PA.MA. COSTRUZIONI DI PACE MARIANNA, con sede in Ficarazzi, ditta individuale specializzata nell’edilizia, di cui risulta titolare PACE Marianna, classe ’72, nipote di TRAPANI Giovanni;
TRIASSI Srl, con sede legale in Ribera (AG), ditta individuale specializzata nel movimento terra, di cui risultano titolari TRAPANI Silvana, classe ‘61, e MANNA Mariangela nata a Palermo classe ‘82, rispettivamente sorella e nipote di TRAPANI Giovanni.
Le ispezioni condotte dai Carabinieri sui cantieri attivi hanno testimoniato ulteriormente come nel comprensorio di Ficarazzi la maggior parte dei lavori edili e di movimento terra sono riconducibili a queste ditte,: un vero e proprio monopolio imposto agli imprenditori edili, con prezzi superiori anche del 40%, rispetto a quelli ordinariamente praticati nel settore.
Ma le ditte servivano anche per regolarizzare il “pizzo” sul piano fiscale. I versamenti periodici – concentrati soprattutto a Natale e Pasqua – venivano infatti mimetizzati nella forma di normali pagamenti, per forniture e opere in sub-appalto. In breve, a Ficarazzi l’estorsore rilasciava la fattura.
Infine, le aziende detenevano un patrimonio mobiliare e immobiliare direttamente riconducibile al TRAPANI collocato a Ficarazzi (PA) e Siculiana (AG), paese di origine della moglie del boss. Si tratta di autovetture di lusso (berline tedesche e SUV di recente produzione), mezzi d’opera (camion, ruspe ed escavatori) e ancora terreni edificabili e agricoli, appartamenti, tre intere palazzine residenziali, due capannoni industriali, nonché una villa sul mare che TRAPANI riservava per sé e per i propri familiari.
Nel complesso, un vero e proprio “sistema criminale” che inquina pesantemente l’economia e s’infiltra nel territorio, realizzando contemporaneamente cospicui profitti illeciti e il riciclaggio degli stessi.
Oltre al patrimonio aziendale già indicato, è stato sequestrato uno stabilimento balneare, con bar e ristorante annessi, gestito direttamente dallo stesso TRAPANI nel periodo estivo. Inoltre, il provvedimento emesso dal Tribunale comprende conti corrente, buoni fruttiferi, obbligazioni, libretti deposito e risparmio, mutui, fideiussioni, fondi d’investimento: complessivamente un patrimonio valutabile intorno agli di 8 milioni di Euro.
Tutto è riconducibile a TRAPANI Giovanni - oggi detenuto – il cui peso criminale si staglia con tutta evidenza anche grazie a queste indagini patrimoniali.
TRAPANI, attesa anche l’età, nonché l’appartenenza ad una leva storica della mafia palermitana, è accorto, prudente, sempre attento ad evitare il contrasto e a ricercare compromessi, accordi, complicità in maniera coerente con una politica impostata per il lungo periodo, che risente direttamente della “strategia della sommersione”.
Malgrado la ricchezza accumulata, si presentava in maniere dimessa, si muoveva a bordo di vecchie utilitarie malmesse, vestendo quasi sempre abiti da lavoro, proponendosi, anche con le Forze dell’ordine, in termini – solo apparenti – di massimo rispetto ed educazione.
In realtà il florido impero economico di TRAPANI non arricchiva solo la sua famiglia, ma sosteneva il benessere del mandamento mafioso di Bagheria, cui risponde la famiglia mafiosa di Ficarazzi, soprattutto in un momento nel quale le attività di polizia hanno reso sempre più difficile l’approvvigionamento e la messa in sicurezza delle finanze illecite.
In tal senso appaiono determinanti gli stretti rapporti intrattenuto dal Trapani, con Giuseppe SCADUTO detto “Pinuzzu”, il 65enne capo indiscusso del mandamento mafioso di Bagheria, figura carismatica di “cosa nostra”, attualmente ristretto nel super-carcere di Cuneo, in regime del 41 bis, all’esito dell’Operazione PERSEO, del dicembre del 2008, che ha decapitato la mafia palermitana, impedendo la ricostituzione della commissione provinciale.
Infatti è il boss bagherese che svolge attività di intermediazione tra Giovanni TRAPANI e l’emergente ALCAMO, ponendosi quale figura di riferimento sovraordinata, in grado di dirimere contrasti tra affiliati e, più in generale, di orientare le strategie del sodalizio criminale. Ed è sempre lo SCADUTO che, in virtù del ruolo carismatico ricoperto e dell’autorevolezza che negli ambienti criminali gli viene riconosciuta, raccoglie le lamentele degli imprenditori che si sentivano vessati dalle esose richieste estorsive avanzate dalla famiglia mafiosa di Ficarazzi.
A tal proposito, appaiono illuminanti le parole di un pentito di primo piano: BONACCORSO Andrea, affiliato del clan LO PICCOLO, tratto in arresto nel gennaio del 2008. Viene indicato quale il conducente della moto dalla quale il 13 giugno del 2008 Sandro LO PICCOLO, delfino del clan, sparò al reggente della famiglia mafiosa della Noce, Nicola INGARAO, deceduto proprio e seguito di questo attentato. Coinvolto in altri gravi fatti di sangue, una volta tratto in arresto, decise di collaborare, fornendo utilissime informazioni sull’assetto di COSA NOSTRA palermitana. In questo senso, ha rivelato, in maniera chiara ed esplicita, quanto segue: “Mi risulta che il reggente a Ficarazzi sia Giovanni Trapani. Conosco la circostanza per averla appresa da Pino Scaduto … A carico dello stesso mi risulta che si sia interessato tra l’altro di estorsioni …... In un’altra occasione il Trapani aveva preteso di entrare in società con un costruttore, ….. pretendendo il pagamento di una cifra per ciascuno degli appartamenti. “. Viene poi chiarito che la somma pretesa corrispondeva a 3.000 euro ad appartamento, per un totale di circa 50-60 mila euro, trattandosi di due palazzine di appartamenti.