Ypsigrock 2011 - 7 agosto: l'elettronica suonata dei Mount Kimbie e il post-rock emozionale dei Mogwai
- Castelbuono,
- Eventi,
- Gabriele Marino
Come da copione ci perdiamo gli opener, i palermitani Dimartino, che ci vengono descritti come "uguali al disco" (che a noi non fa impazzire, ma che per gli amanti della leva cantautorale degli anni Zero ha sicuramente motivi d′interesse). Arriviamo in tempo per i Mount Kimbie, il duo londinese faro del post-dubstep, a set appena iniziato, armati di laptop, pad, paddini ma anche chitarra elettrica e rullante più ride. La loro esibizione sarà brevissima, e sui bassi più profondi vibrerà praticamente tutta Piazza Castello, ma tolta un po′ di impro fuffa in assetto suonato (che si alterna, in forma di brevi sketch, a brani più lunghi e lavorati; c′è anche un momento in cui Dom Maker accenna un cantato al microfono), restano i bellissimi numeri glitch-step (l′iniziale riconoscibilissima Carbonated) [VIDEO] & tech-step (il pezzo conclusivo, Mayor, tratto sempre dall′LP 2010 Crooks & Lovers) che sono la loro specialità. Forse avrebbe avuto più senso usarli come valvola di de-compressione dopo gli attesissimi e torrenziali Mogwai, se non altro per non penalizzarli troppo, vista la quasi completa distrazione del pubblico, tutto in chiacchierante attesa dei post-rocker scozzesi. Che chiudono in bellezza. Con un vero arsenale di chitarre, una decina in totale, schierato dietro e di lato al palco, i Mogwai aprono con l′arpeggio dispari di White Noise [VIDEO], dall′ultimo album Hardcore Will Never Die..., proponendo una scaletta che pesca bene da tutta la discografia, dagli albori di Mogwai Fear Satan e New Paths To Helicon Part I (1997) in avanti, con la sola esclusione del pur classicissimo album Cody/Come On Die Young (1998). La dimensione live amalgama perfettamente i materiali, non facendo sfigurare le cose più recenti accanto agli anthem della band, bilanciando nella loro formula post- monolitiche sinfonie shoegaze (volumi a un passo dall′esagerato), dilatazioni praticamente ambient-trance e ballad, il tutto sempre e comunque melodico e romantico, altamente emozionale. I cliché di un genere che in fondo hanno inventato loro ci sono tutti: le cadenze dei pezzi più lenti e monocromi, le accelerazioni di stampo post-HC, il taglio da jam psichedelica dei tronconi centrali dei brani, i tanti momenti in cui la melodia si fa così epica, così ascendente da sembrare un mix - e una versione pompata - di certi U2 come inseriti in una colonna sonora panoramica (si vedano i video che scorrono sullo schermo sopra il palco); ma il mestiere e il piglio coinvolto della serata fanno sì che questi cliché restino dei pregi - perché questo è il rischio coi Mogwai, almeno su disco - senza diventare difetti. Una prova intensa e convincente, anche, e soprattutto forse, per i non fan e i non cultori.
Gabriele Marino