Ypsigrock 2011 - 6 agosto: gli Junior Boys fanno ballare Piazza Castello
- Castelbuono,
- Eventi,
- Gabriele Marino
Il nostro ritardo accademico ci fa perdere stavolta i frizzantissimi Honeybird & the Birdies (l′album Mixing Berries è stata una piccola grande sorpresa), trio italo-losangelino che riconosciamo poi tra il pubblico grazie all′abbigliamento freaky e soprattutto al copricapo pennuto di una delle due fanciulle della formazione.
Ecco allora gli Yuck, i più americani tra gli indie-rocker inglesi degli ultimi anni. Formazione a 4, due chitarre, basso e batteria, senza la sorella Ilana alla voce aggiunta. Daniel Blumberg sembra Bob Dylan nel 1966, secco spilungone dinoccolato e sghembo, camicia jeans praticamente grigia, stessi dondolamenti angolati davanti al microfono. Su disco stranamente - la loro proposta è fin troppo derivativa - si fanno ascoltare; dal vivo svolgono il loro compitino grunge & noise-rock melodico (spennellato qua e là di britishness) sfiorando più volte la noia. Ma, va detto, per gli amanti del genere avranno sicuramente avuto un loro perché e il pubblico, infatti, con tanto di zoccolo duro tra le prime file (a un certo punto, su una ballad, spuntano anche un po′ di accendini), pare avere apprezzato.
Esben and the Witch, in due parole, tutto fumo e niente arrosto, altro che witch house, gothic e compagnia. Lei - bella e bella voce - vocalizza, sussurra e si dimena come deve, picchiando (senza troppa perizia, convinzione o trasporto) un timpano di batteria e passando ogni tanto al basso. Ma è la musica nell′insieme a offrire pochissima sostanza: una linea electro (a tratti anche bella unz-unz) o tribale sotto e sopra le chitarre tra rumorismo e arpeggini (sono questi ultimi i momenti migliori). Ancora, e al della comunque legittima evanescenza della materia sonora, è proprio l′atmosfera a soffrire: non si accende, non si fa densa, non si fa sangue, con il rituale (inscenato un paio di volte con tutti e tre i componenti ad accanirsi sul povero timpano) che non oltrepassa la messinscena. Set brevissimo, quasi troncato di netto. Anche qui però, pubblico almeno in parte soddisfatto.
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Chiudono in bellezza i canadesi Junior Boys, con un set (suonato: batteria, chitarra, tastiere e laptop) di electro-pop Ottanta semplicemente impeccabile. A una prima occhiata, a Jeremy Greenspan non si darebbero due soldi: e invece si alterna in scioltezza tra chitarra elettrica e una Nord Electro rossa (è la stessa tastiera che usa James Blake) e, soprattutto, ha una voce splendida, evocativa, distante il giusto, semplicemente perfetta per il genere. Ci mette il cuore, ci crede sul serio, chiude gli occhi e quei suoni e quella pulizia (gli Junior si sono portati un tecnico del suono personale) li sente davvero. Scaletta divisa tra una asciutta electro virata su toni di grigio e pezzi deciamente più colorati e funky, tutti comunque misurati, senza una virgola in più o fuori posto: classici del loro repertorio come Count Souvenirs (da This Is Goodbye, 2006), Parallel Lines e Bits and Pieces (da Begone Dull Care, 2009), ma anche pezzi tratti dall′ultimo altalenante It′s All True che qui non sfigurano affatto, come You′ll Improve Me (strizza l′occhio a Michael Jacksin) e Itchy Fingers.
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Gabriele Marino