Ypsigrock 2011 - 5 agosto: delusione Pearson, buono Twin Shadow, grandissimi Pere Ubu

Con le orecchie e il cervello ancora e già intasati da The Modern Dance, arriviamo in Piazza Castello poco dopo le nove e mezza: i Captain Quentin stanno finendo il loro set, riusciamo a sentirne giusto le ultimissime note. Tutti ne parlano più che bene: padronissimi degli strumenti, grintosi, divertiti e divertenti.
Praticamente unanime, ma di segno opposto, anche il giudizio su Josh T. Pearson, "superstar" folk-cantautorale che alcuni metterebbero accanto a Devendra Banhart o Joanna Newsom: anche chi aveva apprezzato l'album (a noi non ha detto più di tanto) l'ha trovato un concerto in perenne falsa partenza, esageratamente omogeneo (insomma, pezzi tutti uguali, senza troppe sfumature di arrangiamento, del resto solo chitarra e voce), stranamente fuori posto, tanto che il pubblico - inizialmente sparuto - anche sotto palco non ha fatto altro che chiacchierare. Belle però le code strumentali di un paio di pezzi in chiusura, quando forse artista e pubblico stavano cominciando a carburarsi a vicenda.
Uno sbaffatissimo Twin Shadow, al contrario, assolutamente in serata. La formazione chitarra (suonata da lui stesso)-basso-batteria-tastiere ha un po' assottigliato la patina anni Ottanta che connota i brani su disco, facendo guadagnare al tutto in intensità, tanto nei numeri più grintosi e danzerecci quanto nelle ballad tra electro depechemodeano, nuovo romanticismo ed epica U2.
In due parole, baccanale rock (come già era stato lo scorso anno, in maniera molto più rocambolesca, per gli altri grandi vecchi Gang of Four) per i Pere Ubu, con il chitarrista originale Tom Herman in formazione e un Robert Wheeler divertitamente diviso tra synthino analogico e theremin. In scena il loro capolavoro The Modern Dance, in una versione cosiddetta "annotated" e cioè con il leader David Thomas, dimagrito come una prugna e magnificamente vestito come un boscaiolo in pensione (camiciona a scacchi marrone, bretelle, braghe di due taglie prima; bottiglia di rosso siciliano d′ordinanza in mano), a introdurre e spiegare - sornione e beffardo - origine e significato di quei pezzi mitologici (finendo col dire almeno una ventina di volte la parola chiave, tra il serio e il faceto, "ex-girlfriend"; quasi a voler dire che quel disco non è tanto un concept sulla società post-industriale quanto un amaro resoconto delle sue storie d′amore finite male?). Si comincia con un paio di singoli pre-Modern Dance - 30 Seconds Over Tokyo e Heart of Darkness - e poi si attacca con la sirena da allarme rosso e con il riff circolare di Non-Alignment Pact. Il concerto è praticamente il juke-box squarciagola di quei dieci classici, il pubblico è stregato, loro sul palco sono davvero infiammati, Thomas poetico nonnetto bisbetico, si siede, si sbraccia, sbraita, va di falsetto, perfetto sciamano dada strapazzato e stagionato.
Generosissimi i bis, addirittura quattro, e tra questi quel gioiellino slow surf, pixiesiano ante litteram, Heaven. Semplicemente fantastici.
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Gabriele Marino