Borsellino e Ciancimino, le due anime della Sicilia sempre in lotta
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"Meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Ciancimino" scrivevano nei manifesti e urlavano per strada i ragazzi del Fronte della Gioventù a Palermo, pochi giorni dopo la strage di Via D'Amelio. Quello slogan, coniato nelle impolverate sezioni del MSI, presto divenne la bandiera di tutta la Sicilia libera e onesta. Cento anni non sono ancora passati e quel motto torna ad essere di scottante attualità.
Vito Ciancimino, simbolo reale del potere politico completamente asservito alla mafia. L'uomo del "sacco di Palermo", la famigerata colata di cemento che cancellò quasi interamente le bellezze Liberty del capoluogo siciliano. Se è possibile schematizzare la mentalità siciliana, "don" Vito fu uno spertu (esperto). Un siciliano che aveva capito come funziona il mondo schierandosi dalla parte dei più forti, senza porsi problemi etici. Potere e ricchezza gli obbiettivi da raggiungere senza se e senza ma.
Paolo Borsellino, sempre secondo tale schematizzazione, fu un fissa (fesso). Stava dalla parte dello Stato di diritto e della giustizia. Invece di farsi i fatti suoi andò ad intromettersi negli affari di Ciancimino e degli "uomini d'onore". Borsellino, per qualcuno ancora oggi, è un fissa perché si fece ammazzare per servire uno Stato che, secondo alcune inchieste, lo abbandonò per concludere la trattativa con la mafia.
Di padre in figlio, sangue dello stesso sangue. L'eterna lotta tra le due anime della Sicilia torna prepotentemente alla ribalta. Ed è ancora personificata da un Ciancimino e da un Borsellino.
Massimo Ciancimino ha imparato tutto da suo padre. Ama la bella vita, il lusso e la ricchezza. Dopo essere stato beccato e condannato la prima volta, riciclaggio del tesoro di decine di milioni di euro del padre illecitamente accumulato, Massimo Ciancimino ha rispolverato la furbizia di famiglia. Anche lui è uno spertu. Si traveste quindi da icona dell'antimafia. Si, proprio lui che se la spassava con i soldi del padre grondanti di sangue. Capisce che basta poco per iscriversi ad "antimafia spa", industria fiorente in Sicilia dopo le stragi del '92. Modella a suo piacimento pezzi di verità sul lato oscuro degli intrecci tra mafia e pezzi dello Stato. Alcune Procure, dimenticando gli insegnamenti di Falcone e Borsellino, lo giudicano attendibile. Santoro e Lerner lo usano nelle loro trasmissioni per colpire quanti più avversari possibile. Per i "soloni dell'antimafia", che da qualche anno sostano in Via D'Amelio per selezionare quanti possono commemorare Paolo Borsellino, Massimo Ciancimino è un eroe. Poi arriva l'ordine di arresto per Ciancimino junior, accusato di aver prodotto documenti falsi per incastrare uomini dello Stato. Nella sua abitazione si trova addirittura dell'esplosivo che, secondo gli inquirenti, sarebbe servito per un attentato. Crolla così miseramente il mito costruito a tavolino.
Ora vi racconto un'altra storia. Manfredi Borsellino è uno dei tre figli del giudice Borsellino. I più conoscono la sua vicenda fino alla tragica bomba di Via D'Amelio, attraverso libri e fiction. Manfredi ha continuato la sua vita nel solco degli insegnamenti del padre. Dopo la laurea entra in Polizia e, da pochi anni, guida il Commissariato di Cefalù. Certo non è cosa da poco, ma nel Paese dei raccomandati ti aspetti che uno con quel cognome pesante sia ai vertici della Polizia, bruciando le tappe della carriera. Chissà quante possibilità di ottenere incarichi prestigiosi, consulenze ben pagate, magari un seggio al Parlamento. Lungo è l'elenco dei "neo politici" diventati tali grazie alla parentela con un martire dell'antimafia.
Manfredi Borsellino è un fissa come suo padre. Non cerca riflettori, passerelle e facili guadagni. Fugge da essi continuamente. È quasi impossibile coinvolgerlo in iniziative in ricordo del padre perchè non vuole pubblicità. Lui è la persona più felice del mondo perché fa un lavoro che ama e soprattutto ha una splendida famiglia. Una volta lo andai a trovare a Cefalù. Ricordo ancora la sua felicità nel mostrarmi come era organizzato il Commissariato. Si percepiva con chiarezza la dedizione per il suo lavoro. L'ho visto mentre dava alcune disposizioni ai suoi uomini: atteggiamento risoluto, ma anche tanta umanità. Ricordo che uno dei pensieri di Manfredi era quello di migliorare la sala ricreativa dei poliziotti. Anche loro, che rischiano ogni giorno la vita, meritano condizioni dignitose sul posto di lavoro.
Quel giorno mi sono chiesto come Manfredi possa servire, con tanta abnegazione, uno Stato che non difese suo padre fino in fondo. Si dice che pezzi di quello stesso Stato gli prepararono la fossa. La risposta è semplice, Paolo Borsellino conosceva bene le storture di questo amato e disgraziato Stato, dava persino del giuda a qualche suo collega. Ma Paolo sapeva che nel servire quello Stato serviva la sua gente, la sua città, la sua patria. Questo è l'insegnamento che Paolo Borsellino ha lasciato ai suoi figli di sangue ed a tutti noi figli adottivi.
Manfredi, come tanti altri siciliani sconosciuti, non va mai in Tv. Non è famoso, probabilmente non ha lo stesso conto in banca di Massimo Ciancimino. Ha però la possibilità e la libertà di guardarsi allo specchio ogni giorno senza vergognarsi. Anche lui potrà insegnare qualcosa di buono ai suoi figli, passando idealmente lo stesso testimone del padre. Spetta ai siciliani scegliere da che parte stare. Noi preferiamo i fissa. Noi continuiamo a pensare che sia meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Ciancimino…
Fonte: blogsicilia.it