Vi racconto ′La mia Africa′ culla dell'umanità

Non molto distante da Palermo, tra Capaci e Torretta, al "Villaggio Sommariva" 11, una località collinare silenziosa ed amena, nel cuore di una variegata vegetazione, si trova la "Casa museo, Villa Africa" del dott. Emanuele Cavallaro: documentarista, cineasta ed autore di molteplici pubblicazioni sul mondo storico, etnografico e politico del continente "Nero". L'arte africana, posta nel suo contesto culturale, si mostra superba, forte e dinamica ed è strettamente correlata alla vita quotidiana. La prova esplicita di questo connubio sono gli utensili d'uso comune, lavorati con grande impegno e dedizione. In essi vi sono racchiusi una serie di simbologie e stili, comprensibili alle collettività. Tutte queste corrispondenze possono essere osservate e intese all'interno della Casa museo. La piccola struttura museale che ho avuto modo di visitare, è meta di molti studenti e studiosi africanisti. E' possibile comprendere la complessità della produzione artistica di questo Continente, attraverso le opere scultoree delle genti dell'Africa Centrale: il Congo (Repubblica Democratica del Congo - ex Zaire). Entriamo insieme al professore, in quest'ambiente espositivo, passando in rassegna l'interno dell'edificio con le varie teche espositive. La "Casa Museo Villa Africa" del dott. Cavallaro, si trova immersa nel verde, e tale peculiarità si armonizza gradevolmente con gli ambienti espositivi. Dopo aver varcato il cancello e attraversato un breve viale, vengo accolto dal professore, sulla soglia di casa; superatala insieme, rimango estasiato: vi è all'interno una piccola Africa!. Mi sento trascinare in un mondo sconosciuto, un mondo arcano e magico, fatto d'oggetti non comuni. Fanno mostra le meravigliose maschere di legno, provenienti dalla Nigeria, a volte minacciose, colorate od ornate da splendide conchiglie, oggetti che il dott. Cavallaro, ha raccolto nei suoi numerosi viaggi in Africa. L′arte tradizionale africana esprime una forza estetica, una carica di fede e spiritualità. La produzione comprende: statue, maschere ed oggetti d'uso giornaliero. Quest'arte poco conosciuta, vanta secoli di tradizione artistica ed è il frutto dell'inventiva e del genio delle antiche comunità indigene. Viene a diversificarsi dalle altre culture artistiche occidentali ed orientali, per lo stile, la tecnica e la raffinatezza estetica. I popoli "primitivi" africani ci hanno lasciato una produzione artistica ispirata a principi etnici del tutto diversi da quelli della civiltà occidentale ed orientale. La loro arte è soprattutto plastica e la scultura è l'espressione più importante del genio africano. Colpisce la loro produzione di maschere, che hanno spesso un'espressione drammatica, o addirittura fantastica. In legno, dai diversi colori o monocromatiche, ornate di conchiglie, di perle, d'elementi vegetali, o miniature di vetro, sono usate dalle tribù durante le cerimonie d'iniziazione per celare il volto del celebrante, che deve rimanere sconosciuto agli iniziati. Bisogna fare una distinzione di colorazione tra maschera e statua. La maschera utilizzata durante la cerimonia, in cui predomina la danza, è colorata a varie tinte, per meglio evidenziare a chi la indossa, lo stato di esaltazione, d'agitazione, e d'entusiasmo; mentre la statua, volutamente austera e solenne, oggetto di venerazione o ammirazione, ha una colorazione monocromatica. Gli oggetti rituali e d'uso comune, le statue intagliate nel legno o nell'avorio, opere genuine, ma certamente dei capolavori, che si osservano nella "Casa museo" del dott. Emanuele Cavallaro, riflettono la vita religiosa o profana, e rivelano un certo simbolismo. In modo particolare nell'area congolese, si sviluppa magistralmente l'arte del legno. Le opere scultorie sono caratterizzate da una certa staticità. I soggetti rappresentati, denotano un senso d'assoluta calma e abbandono. E' uno stile fortemente espressivo, con una forma semplificata e schematizzata del corpo umano e l'accentuazione di certi particolari: quando è creata una statua, non ci si preoccupa di osservare la proporzione, arbitrariamente è sviluppata una parte del corpo che s'intende far risaltare. Tipico esempio la testa umana ingrossata, quest'estremità, volutamente alterata in dimensioni è realizzata in questa maniera poiché si ritiene che in essa sia racchiuso lo scrigno delle virtù dell'uomo. E' uso comune rappresentare i soggetti singolarmente, di rado, o in gruppi. Può verificarsi che il soggetto contenga due figure sovrapposte o a soma, come ad esempio, un'antilope che porta sulle spalle il suo cucciolo. La colorazione delle statue, segue di solito uno stile monocromatico, si utilizza normalmente il bianco o il rosso. Le sculture di dimensioni ridotte, spiegano con le loro forme e i loro ornamenti, significati comprensibili a tutti gli abitanti di uno stesso villaggio, o di una stessa tribù. I lavori di intaglio sono estremamente minuziosi e l'artigiano-artista non tiene conto del tempo trascorso durante il suo lavoro. Tal genere di lavoro denota la maestria e la certosina pazienza degli artefici congolesi. Per loro, il tempo non scorre velocemente, hanno una concezione dell'universo diametralmente opposta alla nostra civiltà. Passato, presente e futuro sono un tutt'uno; ciò che è avvenuto antecedentemente è stato vissuto, il presente è quello che riflette la vita reale e il futuro ha lo stesso significato del presente, poiché riescono a "presagirlo" con il feticismo e le arti magiche degli stregoni. Gli artisti denotano una gran sensibilità, che si manifesta nel chiedere perdono agli spiriti per aver usato il legno dell'albero per la costruzione di maschere, idoli o feticci. Come ci conferma il dott. Cavallaro, numerose sono le creazioni scultorie nelle diverse tribù congolesi: I Mangbetu, rappresentano sculture molto sobrie, tendenti al geometrismo e all'astrazione. La produzione comprende anche strumenti musicali di delicata fattura, caratterizzati nella loro estremità dalla tipica testa di donna con il cranio allungato, vasi in terracotta finemente decorati, e ad un numero rilevante d'armi. I Baluba, abili nel forgiare il ferro e valenti scultori, hanno tramandato ai posteri, le statue di legno, che raffigurano i loro sovrani; visibili nei musei o sparsi nella foresta. Si aggiungono anche una gran quantità di strumenti musicali. Altra peculiarità dei Baluba, la costruzione di coppe a forma di teschi; in origine contenevano il veleno, fatto bere ai sospettati di qualche crimine o delitto. I Bantu, tribù che è stata condizionata nella loro produzione artistica dall'invasione dei missionari. I Bakongo, influenzati dai colonizzatori, hanno assimilato i riti dedicati al culto dei defunti. L'insieme delle opere create, comprende, statue di donne inginocchiate in preghiera, madri che allattano i loro figli, effigi dei loro antenati. Questa tribù ha voluto rilevare lo stile che rappresenta la raffigurazione dei loro avi, dalla produzione dei feticci; stile pulito e lineare il primo e rozzo e grossolano il secondo. I feticci sono curati soltanto nella parte superiore, mentre il resto del corpo è lasciato rozzo, perché si presume che la parte bassa sia sempre coperta da chiodi, da punte acuminate, o da nastrini rossi. I feticci dei Bakongo, quasi mai sono belli, almeno secondo i canoni estetici di noi occidentali. La loro creazione è finalizzata soltanto al rito della magia. Le figure chiodate hanno un aspetto tetro, gli occhi grandi e quasi spalancati: sono finalizzati a suscitare terrore. I chiodi e le lame conficcate nel corpo del feticcio, assumono un significato particolare, ogni chiodo piantato ha lo stesso valore di una maledizione, rivolta contro il nemico per annientarlo inesorabilmente. I Bajaka, usano scolpire le loro opere ingigantendone i tratti somatici; se ne ricava uno stile buffo e strano. Colpiscono i grandi occhi spalancati, i nasi goffi, rivolti in alto, i sederi sporgenti, le bocche larghissime e aperte, uno stile volutamente non comune. I Luba, la loro produzione comprende: statue femminili, di pregevole delicatezza, maschere di legno intagliato a forma rotonda con naso schiacciato e occhi semichiusi; troni, seggiolini regali, formati da un ripiano e sorretti da più figure con le braccia alzate su cui si adagiava il Capo o il Dignitario. Noto è lo stile "oblungo di Buli", dal nome del villaggio omonimo: rappresentano figure di donne dal viso sfilato e da una gran testa con bizzarre acconciature e il ventre ricoperto di tatuaggi. I Bapende, di nobile origine, e gelosa dei loro manufatti, le maschere in particolare, si distinguono per la pregevole fattura, non per questo sono considerate le più belle del Congo, e sono utilizzate come coreografia nelle loro sontuose danze. Hanno lo sguardo celato da cime di paglia, e tutte le produzioni sono caratterizzate dal naso rivolto verso l'alto e dalle guance larghe. Infine, questa ultima tribù, produce bellissime coppe a forma di testa umana, imprimendo uno stile unico ed originale, che li distingue dagli altri gruppi tribali. Tornando alla nostra visita, il Professore mi accompagna per le varie stanze, e con minuziosi e nostalgici racconti, m'indica le vetrine con le sue preziose raccolte. Sono catapultato in un continente lontano, dove il tempo e lo spazio si sono fermati. I nativi africani dedicano all'attività artigianale, molto del loro tempo, e così facendo, riescono a lavorare ed applicarsi con tale minuziosità, da rendere per esempio, un semplice chicco di mais, un'opera d'arte: è stupefacente osservare che in esso sono inseriti ben 75 minuscoli elefantini; il piccolissimo tappo a corredo dell'oggetto, raffigura una testa d'elefante. Questo ed altri capolavori, come i braccialetti in pietra di fiume, abilmente scolpiti, sono offerti alla vista del visitatore. E' molto emozionante girare per le numerose bacheche. Troviamo una vera miriade d'oggetti non più reperibili, come il libro di preghiera in lingua aramaica e copta; oppure lo strumento musicale monocorde, simile al violino, chiamato Ceravata, tipico dell'Etiopia, con cassa armonica ricoperta in pelle di capra, che accompagnava la lettura dell'antico testo sacro. Osservo un'altra preziosa chicca, il libro con i versetti del Corano, anch'esso consultato con la musica di sottofondo, emanata da un altro strumento, la Kora: strumento a corda in uso nell'Africa occidentale e in Senegal. Con un rigoroso ordine, gli espositori contengono una nutrita serie di collane e bracciali in metallo, dal peso complessivo di 25 chilogrammi, provenienti della Costa d'Avorio, utilizzati dalle donne del luogo come ornamento e indossati sul corpo con una certa naturalezza; ed ancora: gioielli in ambra e svariati monili. Nei ripiani incassati ai muri, sono mostrati le "bambolette della fecondità", usati dalle donne come bambino da cullare, per auspicarne la procreazione, durante i casi di sterilità. Tamburi, di diverse dimensioni, provenienti da quasi tutta l'Africa, in modo particolare Kenia e Nordafrica, troneggiano all'interno del Museo. Ogni singolo tamburo, ha una diversa variazione di suono e questo costituisce la cosiddetta "poliritmia", caratteristica degli strumenti a percussione africani. Lungo le pareti, sovrastano pelli di pitone, di boa, di zebra, e corna di zebù; perfino le uova di struzzo, così grandi da soddisfare all'occorrenza, la fame di dodici persone ed inoltre il cinturino di verginità, che le ragazze tengono fino agli undici anni d'età. Il sesso per gli africani non è un tabù, è esaltato, lo testimoniano i numerosi falli di legno di diverse misure è un simbolo di vita e di continuità. Altra rappresentazione, il mortaio con il pestello, che indica il fallo e la vagina in movimento, durante l'atto sessuale. Suscitano un certo timore i feticci rossi del Benin, sistemati negli scaffali e in parte nelle vetrine, sono molto pericolosi in mano ai sorcier, ma sempre degni di tanto rispetto; se non fossero presi in seria considerazione, potrebbero rivoltarsi contro. Sono dispensatrici di malocchi, malattie e morte; il feticcio, osserva il professore, "ti preserva dai mali e all'occorrenza attacca"; la collezione di feticci offre numerosi esemplari, e rappresentano uomini e donne. E' mostrato anche il talismano, che a differenza del feticcio, dispensa fortuna, sono esposti nelle vetrine in diverse quantità. Fiore all'occhiello della collezione, è la raccolta di pellicole che immortalano tutta "l'Africa che non esiste più". Sono filmati della durata complessiva di 75 ore, e possono essere visionati insieme alle meravigliose fotografie disposte nelle le pareti, che catturano scene di vita africana e viaggi lungo il deserto del Sahara. Continuando la nostra visita, saliamo le scale insieme al dott. Cavallaro per accedere al piano superiore, noto lungo i muri, diverse armi: scimitarre, spade, pugnali, utilizzate durante il primo conflitto mondiale nell'Africa italiana; e ancora, targhe automobilistiche africane, in ricordo dei diversi viaggi effettuati dal nostro ospite, oltre a frecce, lance e cappelli coloniali. Giunto alfine al primo piano, ho di fronte a me, una gran libreria, colma di volumi, e nelle stanze adiacenti, sono in mostra, in appositi album, gigantografie di vita quotidiana africana, sculture d'elefanti in materiale vario e un'estremità di zampa d'elefante imbalsamata. E ancora, fanno bella mostra, fotografie di personaggi politici, come Ciombè, che fu primo ministro del Congo, dell'imperatore d'Etiopia Haile Selassie, manifesti e diversi articoli giornalistici. Finisce qui la mia visita. Dopo aver salutato il dottore Cavallaro, rientro nel mio mondo reale, tornerò sicuramente in quel suggestivo luogo, che tanto mi ricorda il film "La mia Africa" di Karen Blixen.