Dalle feste Dionisiache alla Tragedia greca

Le Dionisie, le festività in onore del dio Dioniso (corrispondente al latino Bacco) dio della vegetazione e del vino, ebbero molta rilevanza nella Grecia classica, soprattutto in Attica. Ad Atene erano celebrate tre feste in suo onore, le Grandi Dionisie, o Dionisie Urbane, le Piccole Dionisie o Dionisie Rurali e le Lenee, a riguardo di Dioniso Leneo. Queste festività, quasi certamente progenitrici delle rappresentazioni classiche, si evolsero nel corso del tempo, dando vita alle tragedie, alle commedie, al dramma satiresco e al mimo. La tragedia, fu un'opera a rappresentazione drammatica, contraddistinta dal tono e dallo stile elevato; ma anche da uno sviluppo e una conclusione, segnate da eventi funesti e violenti, da sciagure e da sofferenze: raggiunse il suo apice nel V sec. a.C. Il soggetto rappresentato era squisitamente mitologico e solo raramente storico, e le tragedie formavano un complesso unitario con il dramma satiresco. Secondo uno schema prestabilito, oggi diremmo "secondo il cartellone", erano rappresentate nello stesso giorno tre tragedie e un dramma satiresco; tutte e quattro le composizioni formavano una tetralogia ed erano dello stesso autore. La tragedia, che fu il contrario della commedia, consisteva essenzialmente, in una serie di episodi recitati, alternati con cori e proprio al coro era affidata la parte propriamente cantata della Tragedia, il melos. Nella tragedia furono inseriti inoltre, parti miste, dialogo lirico tra attori e coro, monologo lirico dell'attore e dialogo lirico tra attori. La serie degli episodi che costituivano l'azione tragica, era preceduta solitamente da un prologo recitato e da un canto d'ingresso del coro, detto parados, mentre, la chiusura della rappresentazione avveniva con un canto di uscita, detto exodos; si veniva a formare in questo modo, un insieme di canto, musica e danza. Ciascuno dei tre attori, il protagonista, il deuteragonista, o il tritagonista, poteva interpretare diverse parti, poiché i personaggi di una tragedia erano spesso più di tre. Gli interpreti calzavano il coturno, uno stivaletto alto, di cuoio, che solitamente era del tutto allacciato e spesso possedeva una spessa suola di sughero per aumentare l'altezza degli attori; il coturno era celato, per mezzo di una lunga veste. La tragedia, fu considerata un servizio di utilità pubblica, definita liturgia; che al pari delle altre manifestazioni, doveva essere sostenuto dai cittadini più abbienti. La rappresentazione della tragedia ebbe il carattere sacro di un rito e di conseguenza fu richiesto l'uso di una lingua pura e nobile, priva di qualsiasi espressione volgare. Successivamente, le rappresentazioni drammatiche ebbero un'evoluzione tecnica e scenografica. A Euripide, si deve l'introduzione del prologo espositivo del deus ex machina, cioè l'apparizione della divinità che era fatta giungere dall'alto con appositi meccanismi, per risolvere i difficili intrighi terreni. La Tragedia raggiunse il momento di maggior splendore nel V secolo a.C. con i nomi di tre grandi tragici: Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Si ringrazia per la foto il sig. A. Geraci