L'etnografia africana nella "Casa museo Villa Africa di Palermo
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L′arte tradizionale africana esprime una forza estetica, una carica di fede e spiritualità. La produzione comprende: statue, maschere ed oggetti d'uso giornaliero. Quest'arte poco conosciuta, vanta secoli di tradizione artistica ed è il frutto dell'inventiva e del genio delle comunità arcaiche. Viene a diversificarsi dalle altre culture artistiche occidentali ed orientali, per lo stile, la tecnica e la raffinatezza estetica. L'arte africana, posta nel suo contesto culturale, si mostra superba, forte e dinamica ed è strettamente correlata alla vita quotidiana. La prova esplicita di questo connubio sono gli utensili d'uso comune, lavorati con grande impegno e dedizione. In essi vi sono racchiusi una serie di simbologie e stili, comprensibili alle collettività. Tutte queste corrispondenze possono essere osservate e intese all'interno della "Casa museo Villa Africa", nel Villaggio Sommariva, tra Capaci e Torretta. Per meglio comprendere l'origine delle culture di questo continente, tracciamo un quadro storico delle popolazioni indigene, descrivendo in particolar modo la produzione scultoria delle genti dell'Africa Centrale: il Congo (Repubblica Democratica del Congo - ex Zaire). L'Africa fu abitata per molti secoli da un gran numero di piccole società tribali, ognuna con le proprie istituzioni. Queste organizzazioni, diverse fra loro erano legate solamente dagli aspetti religiosi, sociali e politici. L'autorità era esercitata da un anziano o da un guerriero o da un sacerdote; essi avevano il compito di controllare gli aspetti spirituali e materiali della tribù e vigilare affinché si rispettassero le istituzioni tradizionali, i loro costumi e le loro credenze. La loro sopravvivenza era legata allo sfruttamento dei prodotti della terra, della caccia e della pesca. Queste attività affinché garantissero il nutrimento di cui abbisognava, erano propiziate attraverso cerimonie, riti e tabù, che avevano il compito di richiamare le forze misteriose e sacre della natura. Raramente i fenomeni naturali erano considerati tali, essi erano letti come segni premonitori e di conseguenza tutto era all'insegna dell'irrazionale e del trascendentale. Così la nascita, la malattia e la morte, il giorno e la notte, un sole cocente, un rosso tramonto, un uragano, il variare delle stagioni, erano spiegati come forze ignote, con un gran numero di racconti mitici; e venivano attribuite a singole divinità o a spiriti, dei quali si cercava di conciliarsi i favori, mediante cerimonie e rituali. Molte regioni dell'Africa rimasero sconosciute prima delle conquiste coloniali. Nel XV e nel XVI sec. vi furono i primi approcci con le diverse tribù, ma solo nel XVIII sec. gli esploratori, poterono dare esaurienti informazioni sugli usi, i costumi e i riti dei popoli africani, fin d'allora ignorati dalle cosiddette civiltà "progredite". Questo studio, gettò inconsapevolmente le basi di una nuova scienza, che negli ultimi anni dell'Ottocento, si sarebbe affermata in un modo preponderante: l'etnologia. I popoli "primitivi" africani ci hanno lasciato una produzione artistica ispirata a principi etnici del tutto diversi da quelli della civiltà occidentale ed orientale. La loro arte è soprattutto plastica e la scultura è l'espressione più importante del genio africano. Colpisce la loro produzione di maschere, che hanno spesso un'espressione drammatica, o addirittura fantastica. In legno, dai diversi colori o monocromatiche, ornate di conchiglie, di perle, d'elementi vegetali, o miniature di vetro, sono usate dalle tribù durante le cerimonie d'iniziazione per celare il volto del celebrante, che deve rimanere sconosciuto agli iniziati. Bisogna fare una distinzione di colorazione tra maschera e statua. La maschera utilizzata durante la cerimonia, in cui predomina la danza, è colorata a varie tinte, per meglio evidenziare a chi la indossa, lo stato di esaltazione, d'agitazione, e d'entusiasmo; mentre la statua, volutamente austera e solenne, oggetto di venerazione o ammirazione, ha una colorazione monocromatica. Gli oggetti rituali e d'uso comune, le statue intagliate nel legno o nell'avorio, opere genuine, ma certamente dei capolavori, che si osservano nella "Casa museo" del dott. Emanuele Cavallaro, riflettono la vita religiosa o profana, e rivelano un certo simbolismo. In modo particolare nell'area congolese, si sviluppa magistralmente l'arte del legno. Le opere scultorie sono caratterizzate da una certa staticità. I soggetti rappresentati, denotano un senso d'assoluta calma e abbandono. E' uno stile fortemente espressivo, con una forma semplificata e schematizzata del corpo umano e l'accentuazione di certi particolari: quando è creata una statua, non ci si preoccupa di osservare la proporzione, arbitrariamente è sviluppata una parte del corpo che s'intende far risaltare. Tipico esempio la testa umana ingrossata, quest'estremità, volutamente alterata in dimensioni è realizzata in questa maniera poiché si ritiene che in essa sia racchiuso lo scrigno delle virtù dell'uomo. E' uso comune rappresentare i soggetti singolarmente, di rado, o in gruppi. Può verificarsi che il soggetto contenga due figure sovrapposte o a soma, come ad esempio, un'antilope che porta sulle spalle il suo cucciolo. La colorazione delle statue, segue di solito uno stile monocromatico, si utilizza normalmente il bianco o il rosso. Le sculture di dimensioni ridotte, spiegano con le loro forme e i loro ornamenti, significati comprensibili a tutti gli abitanti di uno stesso villaggio, o di una stessa tribù. I lavori di intaglio sono estremamente minuziosi e l'artigiano-artista non tiene conto del tempo trascorso durante il suo lavoro. Tal genere di lavoro denota la maestria e la certosina pazienza degli artefici congolesi. Per loro, il tempo non scorre velocemente, hanno una concezione dell'universo diametralmente opposta alla nostra civiltà. Passato, presente e futuro sono un tutt'uno; ciò che è avvenuto antecedentemente è stato vissuto, il presente è quello che riflette la vita reale e il futuro ha lo stesso significato del presente, poiché riescono a "presagirlo" con il feticismo e le arti magiche degli stregoni. Gli artisti denotano una gran sensibilità, che si manifesta nel chiedere perdono agli spiriti per aver usato il legno dell'albero per la costruzione di maschere, idoli o feticci. Numerose sono le creazioni scultorie nelle diverse tribù congolesi: I Mangbetu Rappresentano sculture molto sobrie, tendenti al geometrismo e all'astrazione. La produzione comprende anche strumenti musicali di delicata fattura, caratterizzati nella loro estremità dalla tipica testa di donna con il cranio allungato, vasi in terracotta finemente decorati, e ad un numero rilevante d'armi. I Baluba Abili nel forgiare il ferro e valenti scultori, hanno tramandato ai posteri, le statue di legno, che raffigurano i loro sovrani; visibili nei musei o sparsi nella foresta. Si aggiungono anche una gran quantità di strumenti musicali. Altra peculiarità dei Baluba, la costruzione di coppe a forma di teschi; in origine contenevano il veleno, fatto bere ai sospettati di qualche crimine o delitto. I Bantu Tribù che è stata condizionata nella loro produzione artistica dall'invasione dei missionari. I Bakongo Influenzati dai colonizzatori, hanno assimilato i riti dedicati al culto dei defunti. L'insieme delle opere create, comprende, statue di donne inginocchiate in preghiera, madri che allattano i loro figli, effigi dei loro antenati. Questa tribù ha voluto rilevare lo stile che rappresenta la raffigurazione dei loro avi, dalla produzione dei feticci; stile pulito e lineare il primo e rozzo e grossolano il secondo. I feticci sono curati soltanto nella parte superiore, mentre il resto del corpo è lasciato rozzo, perché si presume che la parte bassa sia sempre coperta da chiodi, da punte acuminate, o da nastrini rossi. I feticci dei Bakongo, quasi mai sono belli, almeno secondo i canoni estetici di noi occidentali. La loro creazione è finalizzata soltanto al rito della magia. Le figure chiodate hanno un aspetto tetro, gli occhi grandi e quasi spalancati: sono finalizzati a suscitare terrore. I chiodi e le lame conficcate nel corpo del feticcio, assumono un significato particolare, ogni chiodo piantato ha lo stesso valore di una maledizione, rivolta contro il nemico per annientarlo inesorabilmente. I Bajaka Usano scolpire le loro opere ingigantendone i tratti somatici; se ne ricava uno stile buffo e strano. Colpiscono i grandi occhi spalancati, i nasi goffi, rivolti in alto, i sederi sporgenti, le bocche larghissime e aperte, uno stile volutamente non comune. I Luba La loro produzione comprende: statue femminili, di pregevole delicatezza, maschere di legno intagliato a forma rotonda con naso schiacciato e occhi semichiusi; troni, seggiolini regali, formati da un ripiano e sorretti da più figure con le braccia alzate su cui si adagiava il Capo o il Dignitario. Noto è lo stile "oblungo di Buli", dal nome del villaggio omonimo: rappresentano figure di donne dal viso sfilato e da una gran testa acconciata stranamente, e il ventre ricoperto di tatuaggi. I Bapende Di nobile origine, e gelosa dei loro manufatti, le maschere in particolare, si distinguono per la pregevole fattura, non per questo sono considerate le più belle del Congo, e sono utilizzate come coreografia nelle loro sontuose danze. Hanno lo sguardo celato da cime di paglia, e tutte le produzioni sono caratterizzate dal naso rivolto verso l'alto e dalle guance larghe. Infine, i Bapende producono bellissime coppe a forma di testa umana, imprimendo uno stile unico ed originale, che li distingue dalle altre tribù. Si ringrazia per la foto il dott. Emanuele Cavallaro e Fabio G.Aiovalasit